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Lo Spumante

 

L’arte nel vino  il vino nell’arte 

Il Bacco degli Uffizi, dipinto da Caravaggio nel 1593-94 è diverso dalle figure di divinità e dagli eroi mitologici del Rinascimento dove la figura umana è esaltata e divinizzata. Per esempio, nelle loro immagini di divinità, Botticelli, Michelangelo o Raffaello, per quanto diversissimi nello stile, creano un tipo di bellezza ideale, per rinviare ad una perfezione più divina che umana. Con modalità diverse, cercano l'effetto eroico, la maestà e la nobiltà della posa, dei gesti e del contesto in cui la figura si inserisce. Anche nel Manierismo, per esempio nel Sansone di Guido Reni, si cerca un'esaltazione monumentale ed esaltata.
In questo Bacco invece, Caravaggio non propone una bellezza olimpica, ma mostra una presenza umana, più quotidiana e più probabile. Questo Bacco assomiglia ad un ragazzo qualunque, con un'aria tra l'ambiguo e lo spavaldo. E' tutto rilassato, con lo sguardo intorpidito, da ubriaco.
E' seduto a un tavolo dove c'è una terrina con frutti di stagione e una caraffa di vino. Si appoggia disinvolto a un saccone da osteria, è mezzo coperto da un lenzuolo, drappeggiato a mo' di statua antica. Tiene in mano un calice colmo e lo porge
con un gesto di offerta e una grazia ostentata. La spalla e metà del busto scoperti, la resa dell'incarnato morbido, le chiome rigogliose incorniciate dai pampini multicolori, le guance accese dal vino, lo sguardo un po' torbido con un sorriso appena accennato sulle labbra carnose e il dito infilato nel nodo, sono tutti dettagli che caricano la figura di un mix irresistibile di grande sensualità e ironia. All'allusione sottilmente erotica si mescola il tono divertito dello scherzo.

Sembra che Caravaggio abbia preso un suo amico, gli abbia messo addosso un lenzuolo e dei pampini strappati da una pergola lì vicino, l'abbia messo in posa, apparecchiato il tavolo con quello che ha trovato sul momento e l'abbia ritratto. Questo quadro ha tutta la naturalezza, la spontaneità di un gioco, come una mascherata improvvisata, un divertimento tra amici. Ma si rivolge allo spettatore: vuole invitarci o prenderci in giro? Ci coinvolge nel gioco, e ci guida a osservare il quadro da un altro punto di vista.

E’ l’invito alla vita, è il Carpe Diem. Lorenzo De Medici prende spunto dal Carnevale a Firenze in cui si usava travestirsi e andare in giro a cantare ballate. Lorenzo le ballate le componeva, componeva questi cosidetti canti carnascialeschi. Il tono scherzoso della maggior parte di questi canti finiva, tuttavia, per sacrificare inevitabilmente tutta la potenza poetica e ne inibiva tutto il potenziale lirico. Nel caso del “Trionfo di Bacco e Arianna”, invece, avviene il miracolo: Versi sorprendenti che diventano quasi un inno alla vita, a viverla perchè esiste ora e qui, perchè poi passa e non si sa se ritorna. Proprio come quel “Trionfo”, il carro mascherato sul quale ci sono uomini e donne travestiti, Bacco e Arianna, i satiretti, le ninfe, tutti giovani e belli. Il carro passa e con esso passa il Tempo…e la giovinezza. E di domani non c’è certezza. Lorenzo il Magnifico visse solo 43 anni, dal 1449 al 1492, e a soli 20 anni, avendo perso il padre, si trovò a governare la città di Firenze: Lo fece con forza e con la passione di chi sapeva cogliere tutti i lati belli della vita.

 

Quant’è bella giovinezza
che si fugge tuttavia!
Chi vuol essere lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Quest’è Bacco e Arianna,
belli, e l’un dell’altro ardenti:
perché ‘l tempo fugge e inganna,
sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe ed altre genti
sono allegre tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Questi lieti satiretti,
delle ninfe innamorati,
per caverne e per boschetti
han lor posto cento agguati;
or da Bacco riscaldati,
ballon, salton tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Queste ninfe anche hanno caro
da lor esser ingannate:
ora insieme mescolate
suonon, canton tuttavia.
Chi vuol esser
lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Questa soma, che vien drieto
sopra l’asino, è Sileno:
così vecchio è ebbro e lieto,
già di carne e d’anni pieno;
se non può star ritto, almeno
ride e gode tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Mida vien drieto a costoro:
ciò che tocca, oro diventa.
E che giova aver tesoro,
s’altri poi non si accontenta?
Chi vuol esser lieto, sia:
del doman non c’è certezza.
Ciascun apra ben gli orecchi,
di doman nessun si paschi;
oggi sian, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi;
ogni tristo pensier
caschi:
facciam festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Donne e giovinetti amanti,
viva Bacco e viva Amore!
Ciascun suoni, balli e canti!
Arda di dolcezza il core!
Non fatica, non dolore!
Ciò c’ha esser, convien sia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza

 

Nome scientifico: Vitis vinifera Famiglia: Vitaceae

Descrizione Si tratta di un arbusto ramificato con fusti contorti e in parte legnosi, lunghi fino a 20-30 m e foglie sottili. I fiori sono piccoli, verdastri, opposti alle foglie e riuniti in infiorescenze a grappolo. Il frutto è una bacca (acino) ovale, giallo­gnola, rossastra o nera, con polpa succosa (da cui si ricava un succo che fermentato dà il vino) che contiene 1-4 semi (alcune volte sono assenti) piriformi od ovoidali, di consistenza legnosa.

Distribuzione Originaria del bacino del Mediterraneo e del Medioriente, la vite è attualmente coltivata in molti Paesi del mondo a clima temperato: cresce aderendo con i viticci pensili ad alberi o ad altri sostegni predisposti dall'uomo. Fiorisce in maggio-giugno, ma le foglie vengono raccolte dopo la vendemmia, quando presentano il caratteristico colore rossastro.  Proprietà La Farmacopea francese indica che le foglie di vite rossa devono contenere non meno del 4 % di polifenoli totali e lo 0,2 % di antocianine. Indicazioni principali Patologie venose, proprietà diuretiche, rinfrescanti, dietetiche ed antinfiammatorie; le foglie e i semi sono un ottimo depurativo del sangue particolarmente adatto ai sofferenti di gotta e artrosi, fiori e frutti utilizzati per aromatizzare le tisane.

Storia La comparsa della vite sulla terra è databile tra i 130 e i 200 milioni di anni fa, più o meno in coincidenza con la differenziazione dei mammiferi dagli altri vertebrati. La storia dei rapporti tra la vite e l'uomo risale ad epoche antichissime, probabilmente alla fine del neolitico, in seguito ad una accidentale fermentazione di uva conservata in rudimentali recipienti. Le prime tracce di coltivazione della vite sono state rinvenute nella regione del Caucaso, in Armenia e nel Turkestan. Nella Genesi Noè, appena uscito dall'arca, «…piantò una vigna, ne bevve il vino, si ubriacò e si mise a dormire nudo nella sua tenda» a testimonianza del fatto che le tecniche di vinificazione dovevano essere conosciute già in epoca prediluviana. I primi riferimenti storici alla vite e al vino si trovano tra i Sumeri nell'Epopea di Gilgamesh (III millennio a.C.). Testimonianze della coltura della vite si trovano in numerosi geroglifici Egizi, presso i quali il vino era bevanda riservata ai sacerdoti, agli alti funzionari e ai re.
Furono i Greci ad introdurre la vitivinicoltura in Europa, già in epoca
minoica. Esiodo, in Le opere e i giorni, descrive in dettaglio pratiche di vendemmia e di vinificazione e numerosi sono i riferimenti alla vite e al vino anche in Omero. Ai coloni greci si deve la introduzione della viticoltura in Sicilia ed in altre aree del meridione d'Italia, dove la coltura incontrò condizioni climatiche e pedologiche ideali, al punto da far meritare alla regione il nome di Entra. Gli Etruschi perfezionarono notevolmente le tecniche di viticoltura e svilupparono una intensa attività di esportazione del vino, diffondendolo ben oltre il bacino mediterraneo. I Romani perfezionarono ulteriormente le tecniche vitivinicole apprese dagli Etruschi, come illustrato da numerose opere, in cui si ritrovano concetti biologici e tecniche di coltura tuttora validi, quali il De agri cultura di Marco Porcio Catone, il De re rustica di Marco Terenzio Varrone, le Georgiche di Publio Virgilio Marone e il De re rustica di Lucio Giunio Moderato Columella. In questa ultima opera è documentata anche la conoscenza di un notevole patrimonio varietale di vitigni sia da tavola che da vino.
Le proprietà curative della vite erano ben note agli antichi
; Ippocrate, Teofrasto, Dioscoride, Plinio e Galino hanno descritto le virtù terapeuti­che del vino e di alcune parti della pianta (foglie, semi, rami). Il sistema ayurvedico e la medicina popolare cinese utilizzano i frutti e le radici per risolvere diversi disturbi. L'interesse oggi per questa pianta risiede soprattutto nella possibilità di ottenere effetti benefici nei casi di insufficienza venosa cronica.

Quando e come utilizzarla L'azione protettiva delle procianidine estratte dai semi di V. viniferasui capillari è stata studiata in diversi modelli di incrementata permeabilità capillare. Le procianidine hanno quasi sempre determinato una riduzione o una normalizzazione della permeabilità capillare, dovuta forse a una vasocostrizione. L’albero dell’uva, la vite, oltre ad avere proprietà depurative, diuretiche ed antinfiammatorie, è attivo anche come astringente e regolatore della circolazione. Quest’ultima attività si esplica soprattutto sui piccoli vasi capillari e venosi del viso. Ben si comprende, allora, come Vitis Vinifera sia un valido rimedio per il trattamento della couperose. Questo rimedio va assunto in forma di macerato glicemico M.G. all 1DH. Il dosaggio prevede 50 gocce da assumere la sera un quarto d’ora prima di coricarsi sciolte in poca acqua.

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Dai “Canti carnascialeschi”                              Lorenzo De Medici detto Il Magnifico

Orazio Odi
Nessun albero, prima della sacra vite, tu pianterai, o Varo, nei fertili dintorni di Tivoli e presso le mura di Catilo; giacché agli astemi la divinità presenta tutto difficile, né con altro mezzo, se non col vino, scompaiono le preoccupazioni che ci tormentano. * 

 

 

 

Omero Odissea
[…] egli prese la tazza e bevendo il dolce vino con piacere indicibile, dell’altro ne chiedeva: dammene ancora, ti prego, e subito dimmi il tuo nome perché possa offrirti il dono degli ospiti, che, sono certo, ti farà felice. Anche ai ciclopi qui la terra fertile dà vino dai grappoli pesanti che la pioggia di Zeus feconda: ma è ambrosia questo, una vena di nettare.

 

 

*Trilussa
Der resto tu lo sai come me piace! quanno me trovo de cattivo umore un buon goccetto m'arillegra er core, m'empie de gioja e me ridà la pace; nun vedo più nessuno e in quer momento dico le cose come me la sento… 

 

 

 *Catullo, Poesie
"L'acqua se ne vada dove vuole a rovinare il vino, lontano, fra gli astemi"

 

 

 

 

 

*Edoardo VII
"Il vino non si beve soltanto, si annusa, si osserva, si gusta, si sorseggia e... se ne parla"

 

 

LA Vite  di Laura Nicoli

E perché meno ammiri la parola,
guarda il calor del sole che si fa vino,
giunto a l’omor che de la vite cola.

Dante Alighieri, La Commedia – Purgatorio (Canto XXV)

Muhammad-al-Mutamid

ed or con la coppa ed ora con le sue labbra,
e le corde del suo liuto mi esaltavano
come udissi sulle corde dei colli fischiare la melodia
delle spade.
Ella schiuse la veste su un corpo qual tenero ramo
di salice,
così come il boccio si apre dischiudendo il fiore.

Alceo framment 

Beviam perché aspettare le lucerne?Breve il tempo.
O amato fanciullo, prendi le grandi tazze variopinte,
perché il figlio di Zeus e Sémele
diede agli uomini il 
vino
per dimenticare i dolori.
Versa due parti di acqua e una di 
vino;
e colma le tazze fino all’orlo:
e l’una segua subito l’altra.

Gònfiati di vino: già l’astro
che segna l’estate dal giro
celeste ritorna,
tutto è arso di sete,
e l’aria fumiga per la calura.
Acuta tra le foglie degli alberi
la dolce cicala di sotto le ali
fitto vibra il suo canto, quando
il sole a picco sgretola la terra.
Solo il cardo è in fiore:
le femmine hanno avido il sesso,
i maschi poco vigore, ora che Sirio
il capo dissecca e la ginocchia.

A cura di correre.org info@correre.org  

Allegria, allegria, allegria! Diceva un noto presentatore televisivo. Le feste stanno arrivando. Stappiamo la bottiglia “con il botto”e facciamo uscire le bollicine nell’aria. Proprio così! Oramai lo spumante è sinonimo di gioia condivisa. Si pone come ospite indiscusso sulle tavole imbandite per ogni tipo di celebrazione. Si affianca come cavaliere alle dolci prelibatezze che aprono o chiudono un appuntamento… da ricordare. Dolce o brut che sia, la nostra bevanda ha origini lontane. Sembra che Cleopatra lo abbia offerto a Cesare in un festoso banchetto in suo onore. Che i romani conoscessero il metodo per ottenere il vino frizzante chiamato “spumans” ne abbiamo testimonianza in autori illustri. Da Virgilio a Properzio, oppure Lucano. Sappiamo così che i nostri padri avevano scoperto la tecnica della fermentazione ritardata per creare le bullulae”. Nelle epoche successive il metodo per ottenere quei vini, che nel Medioevo erano definiti mordaci, ruspanti o piccanti, continuò ad affinarsi. Il nostro paese rimase nel solco della tradizioni operando sempre sul mosto custodito nei tini. I cugini francesi invece, quelli che rivendicano l’invenzione dello Champagne, operarono solo una particolare innovazione. Don Perignon, frate leggendario dell’omonima regione a centocinquanta chilometri dalla capitale da cui prende nome la bevanda, cominciò a mettere il dolce mosto nelle bottiglie di vetro. Le chiuse con tappi di sughero, capaci di resistere alla pressione della ri-fermentazione. In esse avveniva la reazione chimica che produceva le bollicine.

  Niente di nuovo dunque. Ancora oggi infatti le due tecniche di produzione sono ugualmente in uso. Il metodo champenoise consiste nel far avvenire la reazione chimica in bottiglia. Al vino viene aggiunto il liqueur de tirage, una miscela di zucchero e lieviti selezionati. Le bottiglie vengono poi messe a riposare in posizione inclinata e vengono periodicamente ruotate. Al termine del processo chimico c’è la sboccatura. Dal tappo in plastica sono eliminate le fecce. Si mette poi il liqueur d’expedition, la cui ricetta segreta determina il sapore dello spumante. Si chiude con un tappo in sughero e via con l’etichetta. Il sapore dipende dal lievito che determina “le perlage” e “le liqueur”. Il gusto varia da marchio a marchio, dunque. Nascono secondo questo procedimento i brut, gli extra dry, i secchi, il demi-secco abboccato ed il dolce. Con la ri-fermentazione in autoclave i sedimenti dei lieviti vengono espulsi per filtrazione isobarica. E’ questo il metodo Charmat. Meno costosi dei primi, gli spumanti prodotti così giustificano il loro prezzo per una minore incidenza della manodopera ed una lavorazione più rapida. Si ottiene così è il Moscato ed il Prosecco. Questo è lo spumante italiano che sta riscuotendo più successo sui mercati mondiali. Sembra infatti che le esportazioni di questo prodotto nazionale aumenteranno per la fine del 2007 del 24%. Un mare di bollicine verdi, bianche e rosse… si fa per dire, inonderanno le tavole di Stati Uniti e Germania. Un bel successo per lo spumante Made in Italy. Una vittoria sullo Champagne, il rivale francese. E cosa sorprendente… anche i cugini d’oltralpe stanno imparando ad apprezzare i nostri spumanti. Et alors.. cin cin, mes chères

La storia del vino è un po' la storia stessa dell'umanità. Risulta quindi difficile tracciarne con precisione il corso: ogni civiltà, ogni impero, ogni vicenda politica e di potere ha avuto le proprie storie di vino, più o meno legate agli eventi stessi che hanno delineato il corso della storia.

Non pretendiamo con queste poche righe di aggiungere qualcosa a quanto già scritto o detto da illustri esperti di tutto il mondo. E' nostro intento soltanto presentare in modo semplice e sintetico le tappe fondamentali dello sviluppo di questa straordinaria bevanda, nella certezza che la conoscenza, seppure superficiale, di questo cammino ci permetta di apprezzare e capire meglio il vino di oggi.

Genesi, ci riferisceLa storia del vino muove i primi passi in oriente, nella culla della civiltà. La Bibbia, nella  di Noè che appena uscito dall'arca pianta una vigna e ne ottiene vino, fornendoci testimonianza del fatto che le tecniche enologiche erano ben conosiute già in epoca prediluviana.

Gli Egiziani  furono maestri e depositari di tali tecniche. Con la cura e la precisione che li distingueva, tenevano registrazioni accurate di tutte le fasi del processo produttivo, dal lavoro in vigna alla conservazione. Ne abbiamo testimonianza dai numerosi geroglifici che rappresentano con qrande ricchezza di particolari come si produceva il vino dei faraoni. Paradossalmente possiamo dire di sapere tutto e niente del loro vino, ovvero sappiamo come lo facevano ma non possiamo purtroppo sapere che sapore avesse!

Attraversi i Greci e i Fenici il vino entrò in Europa. I poemi omerici testimoniano ampiamente la presenza e l'importanza del vino: a Polifemo, ad esempio, viene propinato puro un vino che secondo le usanze dell'epoca veniva diluito con 16 parti di acqua! A quel tempo il vino si diffuse proprio in terre come l'Italia, la Francia e la Spagna che ne sarebbero diventate la patria.

All'epoca dell'Impero Romano la viticoltura si diffuse enormemente, raggiungendo l'Europa settentrionale. I più celebri scrittori non lesinavano inchiostro per elargire i propri giudizi e decantare le virtù dei vini a loro più graditi. Si scrisse tanto sul vino che oggi non è difficile ricostruire una mappa vinicola della penisola al tempo dei Cesari. Le tecniche vitivinicole conobbero in quei secoli notevole sviluppo: a differenza dei Greci, che conservavano il vino in anfore di terracotta, i Romani cominciarono a usare barili in legno e bottiglie di vetro, introducendo, o quantomeno enfatizzando, il concetto di "annata" e "invecchiamento". Fu a partire dal secondo secolo che si cominciò a dare importanza alla coltivazione della vite in Borgogna, nella Loira e nella Champagne.

Nei secoli bui del Medioevo il potere assoluto della Chiesa influì fortemente sullo sviluppo della vitivinicoltura, così come sullo sviluppo di ogni altro campo della vita sociale e artistica. Il vino, ma soprattutto il buon vino, era ancor più sinonimo di ricchezza e prestigio e l'eccellere nella produzione di qualità divenne per alcuni ordini ecclesiastici quasi una ragione di vita. I Benedettini, diffusi in tutta Europa, erano famosi per il loro vino e per il consumo non proprio moderato che ne facevano.

Quando Bernardo, ex monaco benedettino, fondò nel 1112 l'ordine dei Cistercensi, fu dato ulteriore impulso al tentativo di produrre vini di alta qualità specialmente in Borgogna, obiettivo alimentato anche dalla forte competizione tra le abazie.

Intanto Bordeaux fa storia a sè, dominata non dal potere ecclesiastico ma da interessi commerciali con l'Inghilterra, sempre più interessata al suo claret o chiaretto. Questo legame vinicolo tra Francia e Inghilterra, nonostante qualche peripezia, è destinato a durare nei secoli.

Si comincia a delineare fortemente in questi secoli il ruolo centrale della Francia nella produzione di grandi vini, ruolo che soltanto negli ultimi decenni ha cominciato a conoscere degni antagonisti, fra i quali l'Italia.