Storia della Maratona

Spesso la storia si fa beffe dei programmi degli uomini.

Questo è accaduto nella prima guerra persiana: ben ideata da Dario e ben progettata e condotta dai suoi comandanti, con gli obiettivi strategici prefissati quasi tutti ottenuti.

Ma un unico piccolo difetto: una conseguenza non prevista e non preventivabile che ha influenzato pesantemente il corso della storia, facendo fallire i successivi tentativi di conquista della Grecia da parte della dinastia Achemenide e anzi aprendo la strada alla sua rovina.

Le origini del conflitto

Tra la fine del VI secolo e l'inizio del V, le traiettorie espansive dell'impero persiano incrociarono l'effervescente civiltà greca: innanzitutto le colonie greche della Ionia in Asia Minore, che vennero inglobate pur mantenendo una certa autonomia, e in successione città tumultuosamente vitali come Atene, con la quale intrattenne difficili rapporti diplomatici.

Ad Atene si stava consolidando al potere un dinamico ed intraprendente partito democratico: tanto intraprendente da partecipare alla rivolta che i greci della Ionia montarono contro l'Impero persiano e che portò addirittura all'occupazione e alla distruzione di Sardi, una delle capitali dell'impero.

L'imperatore Dario, reduce da una non troppo felice campagna nella Scitia danubiana, innanzitutto domò la rivolta della Ionia e quindi rivolse la propria attenzione ai greci della madrepatria.

Nel 490 a. C., nella pianura di Maratona, nei pressi di Atene, fu combattuta l'omonima grande battaglia tra i Persiani e gli Ateniesi. Si trattò di una di quegli accadimenti che ha avuto rilevanza nella storia del mondo: fu considerata la prima importante e decisiva vittoria degli europei sugli orientali.

Gli invasori Persiani volevano punire i Greci che anni prima avevano appoggiato la rivolta degli Ioni. Sbarcarono nella baia di Maratona, a pochi chilometri da Atene, con numerose chiatte scortate da 600 triremi, che trasportavano, si presume 50.000 uomini in pieno assetto di guerra, nonché armi, equipaggiamenti e perfino la cavalleria. Secondo la tradizione, i Persiani avrebbero dovuto comprendere tra le loro file 200/600.000 unità, ma la cifra è poco attendibile in quanto gli antichi non erano in grado di trasportare in mare in una sola volta più di 20/30.000 persone.

Messe in secco le navi aspettarono nella pianura di Maratona sperando che in Atene insorgesse la ribellione fomentata da alcuni seguaci dell'armata persiana. Saputo dell'accentramento delle forze dei Persiani, gli Ateniesi, desiderosi di scontrarsi con il nemico direttamente sul luogo dello sbarco, lontano dalla loro città, portarono il loro esercito di 11000 soldati su di un altura, in modo da controllare i nemici e le vie di accesso ad Atene, in attesa che arrivassero soccorsi dagli alleati di Sparta, a cui nel frattempo avevano chiesto aiuto. Gli Ateniesi, dopo un paio di settimane, vedendo una parte dei Persiani reimbarcarsi con lo scopo di attaccare Atene anche da un'altro versante, decisero, attraverso un celebre consiglio di guerra formato da 10 strateghi, di attaccare senza aspettare rinforzi dagli Spartani, ancora indecisi sul da farsi per motivi religiosi. Gli orientali erano superiori numericamente, ma di gran lunga inferiori tatticamente.

 

La battaglia si svolse, probabilmente, il 10 agosto. Le truppe di Atene, al passo di corsa urtarono violentemente contro l'esercito nemico. Secondo Erodoto, la corsa fu di circa un chilometro e mezzo; più probabilmente invece, furono solo 150 metri, perché si ritiene che una tale distanza da parte di truppe pesantemente armate fosse inconcepibile da coprire. I Persiani ebbero la peggio e furono costretti a reimbarcarsi. La tradizione racconta di perdite umane per circa 6400 combattenti (cifra probabilmente esagerata), contro i 192 morti Ateniesi (cifra esatta in quanto Erodoto si basò sull'elenco dei caduti). Vinta la battaglia, l'esercito ateniese, dopo un brevissimo riposo, tornò indietro, coprendo con una marcia rapidissima (11.000 uomini, quasi al passo di corsa!) i 34 chilometri che li separavano da Atene. Avevano paura, infatti, che le navi Persiane in mare attaccassero la città sguarnita, ma questo non avvenne. Comunque nonostante questa importante e schiacciante vittoria, l'anno successivo i Persiani entrarono in Atene.

In questo contesto si colloca la figura mitica dell'ateniese Fidìppide, di professione Fidippide (uomini capaci di correre per un intero giorno, o più a lungo; molto importanti nella vita delle antiche città greche ed ancora più importanti per l'esercito, poiché rappresentavano generalmente i soli mezzi di comunicazione; alcuni di loro erano in grado di percorrere 200 chilometri in 15 ore!), il quale fu mandato prima della battaglia, a Sparta per chiedere aiuto. Corse, tagliando per le colline, per circa 250 chilometri, impiegando 2 giorni per poi tornare di nuovo indietro. Erodoto ci tramanda che Fidìppide raggiunse Sparta "Nel giorno immediatamente successivo" alla sua partenza, e cioè che impiegò non più di 48 ore e tornò presto indietro, se non immediatamente, il che farebbe pensare che abbia corso per 500 chilometri in soli 3 o 4 giorni. Inoltre, sempre secondo l'illustre storico, Fidìppide raccontò che durante il ritorno, nelle vicinanze del monte Partenio, si imbatté nel dio Pan, che esortava gli Ateniesi a venerarlo per ottenere la vittoria. Dopo la battaglia, infine, corse fino ad Atene, per 42 chilometri morendo nei pressi dell'Acropoli, probabilmente per la fatica (!), dopo aver annunciato la vittoria.

La strategia di Dario

Gli obiettivi strategici della campagna militare di Dario contro la Grecia erano precisi e circoscritti. Forse non ben ordinati in uno schema di priorità, però sufficientemente delineati e individuati.

Dario aveva 3 obiettivi:

rinsaldare il suo potere tra i turbolenti greci della Ionia, suoi sudditi in Asia Minore, di cui aveva da poco sedato la ribellione;>

punire l'arroganza dei cittadini di Eretria e Atene, che avevano partecipato alla rivolta, facendone prigionieri la quantità necessaria a colonizzare le sue province disabitate;

sostenere le fazioni pro-persiane nelle città greche indipendenti con un'azione intimidatoria;.

Per raggiungere questi obiettivi, Dario consegnò ad Artaferne, suo nipote, e a Dati, di origne meda, un esercito e una flotta di 600 triremi. Dati, probabilmente il comandante in capo della spedizione, non viene descritto da Erodoto come un barbaro spietato e feroce, ma al contrario come un uomo dotato di un profondo senso religioso e rispettoso per gli avversari.

L'esercito comprendeva un contingente di cavalleria, per il trasporto del quale erano state adattate speciali triremi: non è chiaro se queste fossero contate nelle seicento indicate da Erodoto, oppure aggiuntive.

Una potente spedizione anfibia dotata della mobilità e della imprevedibilità strategica combinate della flotta e della cavalleria.

Accompagnava la spedizione Ippia, figlio del tiranno ateniese Pisistrato, che contava sull'aiuto dei persiani per tornare al potere ad Atene. Ippia risiedeva alla corte di Dario da molti anni, ma garantiva che i suoi partigiani in città aspettavano solo il momento buono per rovesciare il partito democratico. In ogni caso la conoscenza del terreno di Ippia sarebbe giunta preziosa al momento di portare la minacccia ad Atene.

I numeri della spedizione

Per valutare l'entità della spedizione persiana dobbiamo tenere presente che alcune triremi dovevano essere senza carico, per poter riportare in Persia il bottino di uomini, e altre invece piene di rifornimenti per le truppe e foraggio per i cavalli (approposito: secondo Plinio l'erba medica, ovvero della Media, è arrivata in Europa proprio con quelle triremi).

Una trireme aveva un equipaggio complessivo massimo di circa 200 uomini, fissando il tetto fisico per una flotta di 600 triremi a 120.000 uomini.

Per fare spazio a 30-40 fanti, una trireme doveva ridurre il numero di rematori a 60, portando il suo equipaggio a 80-90 uomini: ciò riduce lla quantità massima della spedizione a 54.000 marinai e 18.000 combattenti.

Come premesso, però, alcune triremi dovevano essere vuote, riducendo ulteriormente questi numeri.

Inoltre, un cavaliere con il suo cavallo occupavano credibilmente il posto di almeno 3 fanti, per cui il trasporto di 1.000 cavalieri richiedeva 100 triremi. (N.B.: altre stime considerano 30 cavalli lo stivaggio possibile

su una trireme, ma credo che in realtà abbiano valutato il semplice trasporto di un animale e non di un'unità militare).

La maggiore unità persiana era il baivarabam di 10.000 uomini: baivarabam significa proprio decina di migliaia. Questo a sua volta era composto da 10 hazarabam ("migliaia"). Quindi, dato il limite di spazio disponibile sulle triremi, è improbabile che le truppe della spedizione fossero maggiori di un baivarabam integrato da qualche hazarabam o contingente di entità simile di truppe di supporto.

La mia personalissima stima del corpo di spedizione persiano è dunque di 10.000 fanti e 1.000 cavalieri persiani, 2.000 arcieri sciti, 4-5.000 tra partigiani di Ippia, opliti ioni ed eoli (ai quali si aggiunsero forse un altro migliaio di opliti mercenari durante le incursioni della flotta nelle isole greche), e truppe originarie di Siria -- il luogo dell'imbarco -- e territori limitrofi: assiri, armeni, cappadoci, ecc.

Verso Maratona

La spedizione ha un completo successo iniziale: attraversa le Cicladi, piegando i riottosi con la forza delle armi, reclutando truppe e prendendo ostaggi, poi sbarca in Eubea, travolgendo la resistenza di Caristo prima ed Eretria poi, catturando un gran numero di prigionieri.

La cavalleria veniva usata per creare immediatamente un perimetro di sicurezza nella zona di sbarco, e svolse il suo compito con efficiacia. dimostrando l'utilità delle speciali navi da trasporto preparate per quel compito.

Gli obiettivi strategici erano quasi tutti raggiunti. Mancava solo una puntata verso il territorio ateniese per completarli.

Su consiglio di Ippia venne scelto come fulcro per la minaccia contro l'Attica l'ampia piana di Maratona a circa 40 km. a nord-est di Atene. Proprio su quelle spiaggie cinquant'anni prima Pisistrato, padre di Ippia, era sbarcato per riconquistare il potere ad Atene e la scelta sembrava ben augurante.

Nella vicina isola di Agilia venne dislocata una parte della flotta, i prigionieri catturati fino a quel momento e le truppe necessarie a controllarli, mentre il grosso della flotta approdò nella baia di Maratona.

Le coste dell'Attica non forniscono molti altri approdi ma, ci dice Erodoto, si decise per Maratona perchè particolarmente adatta all'impiego della pericolosa cavalleria persiana.

In realtà questa affermazione può essere condivisa solo parzialmente: in effetti la pianura si presta a manovre di cavalleria meglio della media del ruvido territorio greco, ma certamente presenta in sé altri gravi inconvenienti, di cui probabilmente i persiani si accorsero presto.

I simboli tondeggianti bianchi indicano le possibili posizioni del campo persiano

Come si può vedere, la pianura è delimitata da un arco collinare ed è in larga parte occupata da una palude. Il corso del fiume è attualmente diverso rispetto a quello, ipotetico, riportato nella mappa.

Una sorgente a nord della palude ed un piccolo lago di acqua dolce si prestavano come luoghi adatti per stabilire l'accampamento, ma il sito che ritengo più probabile, garantendo sia l'accesso all'acqua che la protezione della flotta, è invece posizionato sulla riva del mare, subito a sinistra della zona di approdo.

La Grande palude protegge l'approdo, ma ostacola una rapida ridislocazione delle riserve, in particolare un eventuale movimento della cavalleria da est a ovest.

Nelle occasioni precedenti, i persiani dopo essere approdati avevano subito agito in modo molto aggressivo, ma in questa occasione non lo fecero.

In effetti Atene era un osso più duro da rodere e una minaccia diretta contro la città rischiava di compattare in un fronte comune il partito conservatore e quello democratico.

Invece uno sbarco in un luogo abbastanza vicino ad Atene da rappresentare un pericolo incombente, ma anche così lontano da costringere i difensori ad allontanarsi dalla città, lasciando campo libero ai partigiani di Ippia, rappresentava un'esca potenzialmente molto pericolosa.

Gli ateniesi accettano la sfida

Ad Atene si sapeva bene che dopo Eretria sarebbe giunto il suo turno di assaggiare l'ira di Dario.

Le altre città avevano rifiutato lo scontro in campo aperto contro forze tanto superiori, ma avevano comunque ceduto dopo pochi giorni di assedio, anche per il tradimento di personalità del partito filo-persiano.

Gli ateniesi non volevano subire lo stesso destino, riunirono la falange, chiamarono i propri alleati (è qui che Erodoto ci racconta di Filippide, l'emerodromo che andò di corsa a Sparta per chiedere aiuto), ma senza indugiare si precipitarono a Maratona.

Giunsero da sud e si disposero sulle colline vicine al boschetto dedicato ad Ercole come il tempio che si trovava al suo interno.

Avevano abboccato all'esca persiana? Sì, ma non ci si erano appesi.

La sfida era stata lanciata e i due eserciti si fronteggiarono per alcuni giorni. Il tempo sembrava giocare a favore dei greci, perché 2.000 spartani aspettavano solo il trascorrere di un periodo di pausa religiosa per muovere anch'essi a Maratona.

L'inerzia persiana sembra nascondere la volontà di non rischiare il tutto per tutto provocando un'accelerazione delle ostilità, nonostante il pericolo rappresentato dall'arrivo degli spartani: i greci non vengono molestati né provocati a battaglia. La stessa cavalleria, per la quale si era scelto il terreno di Maratona, scompare dal racconto di Erodoto.

Possiamo immaginarla impiegata nella devastazione delle campagne, che in quei giorni dovevano essere ricche di olive e di uve mature, ma non se ne hanno testimonianze.

In effetti l'esca persiana è un colpo dell'istrice, e anche l'eventuale arrivo degli spartani non ne avrebbe diminuito l'efficacia strategica. Ai persiani serviva un modesto scontro di sganciamento che indebolisse ulteriormente la capacità degli ateniesi di difendere la loro città, lasciandola ancora di più in balìa della preponderante mobilità strategica della flotta persiana.

La decisione dei greci

Appena giunti a Maratona i greci dovevano rispondere alla domanda "e ora che si fa?".

Certo ogni mattina all'alba la falange si schierava a ridosso delle colline e i persiani compivano la stessa operazione, proteggendo il proprio campo e la propria flotta, ma non si andava oltre.

Ciascuno dei 10 contingenti tribali ateniesi di cui era composta la falange, era comandato da uno stratega e ad un undicesimo cittadino era conferito il ruolo di polemarca, una commistione tra comandante militare e responsabile religioso. Il polemarca in carica era Callimaco di Afidna: a lui sarebbe spettato anche il comando dell'ala destra dello schieramento greco.

Il consiglio degli strateghi era diviso: Milziade guidava la metà dei componenti che voleva attaccare e il voto di Callimaco spostò l'ago della bilancia in favore di questi.

Milziade venne dunque praticamente delegato al comando dagli strateghi favorevoli alla battaglia, che di giorno in giorno cedevano a lui la guida dell'esercito.

Se non vogliamo forzare il racconto di Erodoto, questo procedimento non aiuta certo i greci a rispettare appieno il principio dell'unità di comando che avrebbe garantito a Milziade di sfruttare eventuali

occasioni favorevoli.

A meno che Milziade e i greci non fossero stati prediletti dalla dea Fortuna, l'occasione giusta avrebbe potuto presentarsi in quel 50% dei giorni in cui sarebbe stato al comando uno stratega contrario alla battaglia. Anzi: Erodoto precisa che Milziade volle attendere per l'attacco il giorno in cui gli sarebbe effettivamente spettato il comando, per cui le probabilità di avere fortuna scendevano ad 1 su 10.

Questa affermazione dello storico greco è in contraddizione con un'altra tradizione, secondo la quale gli ionici nell'armata persiana tradirono, mandando agli ateniesi il messaggio: "la cavalleria è via", precipitando così la decisione dello scontro.

La mattina dell'11 settembre alle prime luci dell'alba i greci partirono all'attacco: era iniziata la battaglia di Maratona.

Dov'è la cavalleria?

Un bel colpo di fortuna per i greci sarebbe stata l'assenza della tanto temuta cavalleria persiana dal campo di battaglia. E in effetti questo accadde quel fatidico giorno, durante il quale sembra proprio che la cavalleria non venne impiegata affatto o soltanto in misura ridotta.

Comunque sono riluttante a pensare che gli ateniesi e Milziade in particolare siano stati solo fortunati: ritengo ci sia qualche cosa che Erodoto non ci racconta, un comportamento ripetuto e metodico della cavalleria persiana di cui i greci approfittarono.

E' stato infatti ipotizzato che la cavalleria fosse stata imbarcata sulle triremi proprio nelle ore antecedenti la battaglia -- e qui saremmo alla fortuna sfacciata -- oppure che, più probabilmente, si fosse allontanata nel quotidiano compito di devastazione del territorio.

Questo però induce un problema: dopo la sconfitta i persiani si imbarcarono in tutta fretta e partirono verso Atene. Quindi delle due l'una: o la cavalleria era già imbarcata o le operazioni di imbarco erano sufficientemente semplici da poter essere effettuate anche in condizioni di emergenza.

Se questa seconda ipotesi fosse vera allora si potrebbe aprire un'ulteriore possibilità: che le triremi venissero utilizzate come stalle e che tutte le sere i cavalli vi venissero ricoverati per la notte.

La mattina la cavalleria poi si schierava ai fianchi della fanteria, dopo che questa aveva preso posizione.

Il giorno della battaglia, però, i greci anticiparono i tempi e ingaggiarono i persiani prima dell'arrivo della cavalleria.

Dopo la battaglia

L'energia con la quale Milziade guidò la falange all'attacco era stata importante, ma non fu decisiva ai fini della conclusione della campagna.

Ciò che chiuse la prima guerra persiana fu l'eccezionale marcia di ritorno ad Atene, che la falange completò più velocemente della flotta persiana, costringendola ad abbandonare i propri progetti.

Anticipando la flotta persiana, infatti, gli ateniesi spegnevano gli eventuali entusiasmi del partito pisistratide e nel contempo obbligavano i persiani ad un altro sbarco in condizioni molto peggiori del precedente.

Un aspetto della manovra navale persiana lascia perplessi. Racconta Erodoto: "i barbari presero il largo e, caricati gi schiavi di Eretria dall'isola dove li avevano lasciati, doppiarono capo Sunio, con l'intenzione di arrivare ad Atene prima delle truppe ateniesi".

Ma se questa era l'intenzione dei persiani -- e non c'é proprio da dubitarne -- il modo migliore per realizzarla non era certo quello di attardarsi caricando dei prigionieri.

Che Erodoto sia in errore anche in questo caso, confondendo forse altri movimenti della flotta, non possiamo dirlo: quando la flotta persiana la sera dell'11 settembre arrivò nella baia di Phaleron trovò ad attenderla la falange schierata e fece rotta verso Mykonos (comunque una piacevolissima destinazione) prima di ritornare in Asia.

 

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Dorando Pietri foto originale 24 luglio 1908